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Apr
2016
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Dalla passione alla leadership: come comunicare il vino – II – con Alessandro Torcoli di Civiltà del Bere

Questo è il seguito della conversazione con Alessandro Torcoli, direttore della rivista Civiltà del Bere, in cui parliamo di come comunicare il vino e del ruolo degli eventi nel mondo del vino. Passando per ProWein e Vinitaly. Puoi trovare la prima parte qui.

Il ruolo degli eventi oggi? Non ci sono solo ProWein, Vinitaly e gli altri internazionali. Oggi c’è una grande inflazione di eventi nelle grandi città, quindi le persone sono anche un po’ disorientate e hanno meno voglia. E soprattutto gli operatori, che non possono stare tutto il giorno e tutti i giorni in giro per degustazioni, devono lavorare, vendere il vino, hanno ristoranti, enoteche…

La modalità dell’esperienza di assaggio è importante. Se partecipi ad una mega-degustazione, dove devi fare a pugni per poter assaggiare un bicchiere di vino e c’è un rumore folle per cui non si riesce a parlare a un metro di distanza, quello diventa molto stressante. Va bene per i curiosi, che magari per la prima volta assaggiano un vino famoso, ma per i professionisti è frustrante. Se c’è ancora un segno dell’evento vinicolo è quello di vedere in una volta sola tante persone.

Il consiglio più prezioso che credo di poter dare a chi vuole imparare a scrivere di vino è di conoscere bene la materia e di studiarla bene, perché basta una scivolata o un’ingenuità parlando di un produttore o di una zona viticola e rischi di compromettere la tua credibilità. E poi riconquistarla è dura.

Ci dev’essere un qualcosa che distingue chi scrive di vino per professione e chi lo fa per passione. Secondo me è la competenza nella materia vinicola ma anche nella materia scrittura: devi essere un buono scrittore, altrimenti non sei un giornalista del vino.

Alessandro Torcoli
Civiltà del Bere
ProWein
Vinitaly
Un vino per l’estate
Le cinque giornate di Milano
Comitato Grandi Cru
La prova del cuoco
Vino Vip Cortina

Puoi ascoltare l’intervista audio cliccando in alto in questo articolo. Qui sotto c’è la completa trascrizione.

Stefano: Senti, Alessandro, mi piacerebbe, perché siamo a pochi giorni dal ProWein, e tu sei appena rientrato, ne avevamo parlato anche prima di questa intervista… mi piacerebbe molto, considerato anche il tipo di atteggiamento che ci hai raccontato, che hai tu verso il vino, che ci provassi a raccontare alcune tue valutazioni a caldo, alcuni spunti che hai voluto cogliere, appunto, nei giorni di Düsseldorf.

Alessandro: Sì, nei giorni di Düsseldorf. Purtroppo ProWein dura poco, dal mio punto di vista. Sì, beh, anch’io poi non ho potuto vivere tutti e tre i giorni, ho dovuto limitare a due, e non ho potuto fare tutto quello che avrei voluto. Diciamo che, poi io quando partecipo a una fiera di quel genere, internazionale, mi muovo su due binari: quello nazionale, quello del nostro vino, un po’ per guardare, osservare come si comporta l’Italia, come emerge, come comunica eccetera, e quindi passo del tempo con i nostri produttori. Dall’altro canto, come studente Master of Wine è curioso, poi voglio girare per tutti gli altri padiglioni ad assaggiare i vini di tutto il mondo, e quello è veramente un ambiente in cui trovi tutto il mondo. La fiera più internazionale che esista, anche le minori produzioni della Macedonia, Bulgaria… c’erano tutti i paesi dell’Est, erano tutti lì schierati, ma così anche l’Africa e non solo il Sudafrica, c’era il Sudamerica… davvero, non ricordo a memoria quanti paesi siano rappresentati, ma direi che tutti i paesi produttori di vino ambiscono ad avere almeno un piccolo spazio a quella fiera, perché è una fiera nata come fiera per il mercato tedesco, ma che poi negli anni è diventata un punto di riferimento anche per buyers di tanti paesi, il cinese piuttosto che l’americano, avendo magari il portafoglio e vini di tanti paesi diversi, trovano in quella fiera un’occasione molto utile per vedere diversi fornitori. E quindi, insomma, lì si trova il mondo. E che dire, impressioni? Beh, dal punto di vista del pubblico, è un pubblico molto diverso da quello a cui noi italiani siamo abituati attraverso le nostre fiere, soprattutto Vinitaly, che è una grande festa oltre che essere una grande fiera di business: è anche una festa partecipata da tante persone, molte delle quali sono appassionati, e il clima è completamente diverso. Provare in una fiera, se vogliamo, da questo punto di vista un po’ freddina, cioè una fiera business dove i numeri sono molto inferiori rispetto a quelli di Vinitaly e però sono, direi, quasi totalmente, salvo qualche imbucato che forse c’è anche lì, ma comunque sono quasi totalmente buyers, professionisti, eccetera. Gli umori che abbiamo raccolto sono stati molto positivi da parte dei produttori, anche i nostri italiani, i quali poi ti raccontano che una fiera del genere, capita che se trovi, nell’arco dei tre giorni, anche solo due o tre distributori sul mercato in cui sei scoperto o hai contatto per sviluppare, una relazione, hai già ripagato lo spazio e la partecipazione. Il resto è tutto omaggio. E quindi, insomma, devo dire che i commenti sono stati, come sempre negli ultimi anni, positivi. Poi sapete che l’esportazione dei nostri vini, quelle sono occasioni preziose. Come poi è prezioso Vinitaly, ma nel senso che il mondo – perché sono tantissimi gli stranieri che partecipano alla fiera – si ritrova a Verona per approfondire le occasioni relative alla fiera del vino italiano. Quindi chi è specializzato, chi ha nel portafoglio una grande preponderanza di etichette italiane, naturalmente non manca mai a Vinitaly e ritrova tutti.

Stefano: Certo. Senti, cosa hai visto? Ci vuoi fare qualche nome, qualcosa che davvero hai osservato in questo tuo personale percorso dentro la manifestazione?

Alessandro: Guarda, naturalmente tra tanti italiani ho osservato il campionario tipico di ProWein, che gli addetti ai lavori conoscono, magari io lo ripeto per i tuoi ascoltatori che non vivono queste fiere… è una fiera divisa in due, dal punto di vista del tipo di approccio: c’è chi partecipa con il proprio importatore tedesco, e quindi va all’interno dei grandi stand organizzati dagli importatori, dagli agenti d’importazione per quei mercati, e chi invece la vive come una fiera sua, con un proprio stand per incontrare i suoi clienti, ma anche del resto del mondo. Ecco, nel tempo la fiera si è trasformata in questo senso, cioè da una fiera per i distributori tedeschi che presentavano ai loro clienti cioè ai ristoratori tedeschi, buyer tedeschi i propri portafogli, il proprio vino, adesso è anche una tradizione dello stand dei produttori che si presentano a tutto il mondo, a chiunque passi di lì. Però ancora convivono queste due anime. La cosa più divertente, cioè che fa sorridere di una ProWein, è che i produttori più importanti saltano come delle cavallette il personale, poi hanno anche la partecipazione all’interno dello stand del proprio importatore, magari hanno anche due o tre importatori-distributori. E quindi passano mezz’ora qua, un’ora là saltando da una parte all’altra, che mi rendo conto che per un produttore non è proprio a cosa più comoda del mondo; ancora la fiera è così, ha queste due facce, e quindi loro devono anche accontentare i loro importatori tedeschi, devono esserci, poi tornare al proprio stand dove vedono magari indonesiani, cinesi e sudamericani, ecco. È un po’ quella insomma, è una fiera molto importante da quel punto di vista lì…

Stefano: Senti, a proposito di questo: tu sei anche un organizzatore di eventi, alla Biennale dell’Enologia a VinoVip Cortina, Un Vino per l’Estate a Milano. E poi, appunto, sei un grande frequentatore di questi eventi anche internazionali. Cosa stai osservando? Come si sta modificando il ruolo delle fiere, o comunque, degli eventi nel mondo del vino? Sia nel racconto del vino ma anche nel comunicare il vino, nel business del vino, come stavi dicendo tu…

Alessandro: Certo. Dicevo, dove valgono questi eventi del vino, non posso dirlo, non lo so: so solo che oggi c’è una grande inflazione nelle grandi città, quindi le persone sono anche un po’ disorientate e hanno meno voglia. E soprattutto gli operatori, che non possono stare tutto il giorno e tutti i giorni in giro per degustazioni, devono lavorare, vendere il vino, hanno ristoranti, enoteche, eccetera eccetera. Quindi la nostra ricetta, la nostra proposta da sempre è stata quella di presentare dei temi, per incuriosire anche l’esperto attorno a qualcosa di meno scontato, quindi non solo delle reunion di grandi produttori, ma dei grandi produttori, se possibile gente che sa fare bene il vino, attorno a un tema: questo rende un pochino più curioso l’avvenimento. Come le nostre Cinque Giornate di Milano, che abbiamo organizzato quest’anno, tutte tematiche: la prima sui vini più premiati quest’anno, dove per partecipare bisognava rispondere a certi requisiti; la seconda, dedicata ai vitigni autoctoni italiani, si intitolava “La mappa degli autoctoni”. Poi avremo il Vintage, dedicato ai grandi vini, e in autunno, la presentazione della nostra prima guida dedicata ai viaggiatori del vino, che si chiamerà “Into the Wine” e si terrà il 15 ottobre. E poi, per finire, ne faremo uno dedicato a grandi spumanti del mondo dove compariranno stili e territori. Quindi tutte cose, appunto, che inquadrano l’eccellenza del vino attorno a dei temi che spesso sono importanti per il pubblico. Io credo quindi, appunto, che sia importante proporre qualcosa per cui valga la pena che si muovano persone che sono un po’ viziate da questo punto di vista. Un altro punto importante è ….

Stefano: È molto importante, scusa…?

Alessandro: La modalità di assaggio, come vivi questi eventi: se tu partecipi ad una mega-degustazione, dove devi fare a pugni per poter assaggiare un bicchiere di vino, è c’è un rumore folle per cui non si riesce a parlarsi a un metro di distanza, quello diventa molto stressante. Va bene per i curiosi, che magari per la prima volta assaggiano un vino famoso, ma per i professionisti è frustrante, perché se c’è ancora un segno dell’evento vinicolo è quello di vedere in una volta sola tante persone, che sono poi i fornitori, che sono produttori che tu apprezzi e ami, e poter scambiare due parole con tutti in una sola serata, senza dover girare l’Italia in lungo e in largo, perché magari da una parte sei andato ma da altre tre no, e quindi, come hai detto tu, c’è quella dimensione di incontro e di confronto perché devi spendere, devi perdere una serata o una giornata di lavoro per fare questa cosa.

Stefano: Certo. Senti, Alessandro, io intanto ti ringrazio moltissimo per questo tuo contributo. Ti chiederei ancora una cosa sempre restando su questo tema della comunicazione: abbiamo parlato del ruolo degli eventi, però mi interessa anche che tu dia uno spunto ai comunicatori, agli scrittori di vino, ce ne sono sempre di più, proliferano in rete, nei blog e in vari formati, ecco. Tu sei direttore di Civiltà del bere, ma hai alle spalle un percorso di giornalista e sommelier che ha collaborato con varie testate, dal giornale Il Sole 24 Ore, hai partecipato come giurato in trasmissioni come La Prova del Cuoco, insomma, sei stato in tv… sei stato Miglior Giornalista italiano, soprattutto, per l’associazione Grand Cru d’Italia, ecco: dai un consiglio tu a chi vuole comunicare il vino, chi vuole scrivere di vino.

Alessandro: È un tema che mi appassiona molto, e ogni tanto mi chiamano a tenere delle lezioni universitarie.

Stefano: Allora abbiamo un’altra trasmissione su questo!

Alessandro: Facciamo un altro podcast su questo. In breve posso dire che il consiglio più prezioso che credo di poter dare a chi vuole imparare il mestiere è di conoscere bene la materia e di studiarla bene, perché basta una scivolata, un’ingenuità parlando di un produttore, di una zona viticola e rischi di compromettere la tua credibilità, e poi riconquistarla è dura. La seconda riguarda proprio il linguaggio, la comunicazione: evitare i luoghi comuni. Se ti muovi su questa linea e cerchi di, se anche nella modalità di scrittura, eviti per esempio di scrivere “nella splendida cornice di…”, quelle frasi fatte che annoiano e non dicono più nulla…
Stefano: Un po’ barocche.

Alessandro: Allora non solo potrai avere successo come scrittore di vino, ma semplicemente potrai avere una credibilità come scrittore-giornalista, perché altrimenti se non affini un tuo stile, un linguaggio di qualità, tutto il tuo lavoro verrà vanificato, se vorrai essere veramente un professionista del vino, uno scrittore del vino. Se invece, semplicemente, hai una passione per fare il tuo blog, il milionesimo blog-vino per raccontare una gita, come ti pare, per fare sapere ai tuoi amici che sei stato lì, quella è tutta un’altra cosa, ma non siamo nell’ambito professionale dello scrivere di vino. Ci dev’essere un qualcosa che distingue chi fa questa cosa di scrivere di vino per professione da chi ce l’ha per passione, e secondo me questa cosa è la competenza sia della materia vinicola, sia della materia scrittura: devi essere un buono scrittore, se no non sei un giornalista del vino.

Stefano: Ok, allora grazie tante Alessandro, per questa tua testimonianza su comunicare il vino.

Alessandro: Andate a Civiltadelbere.com, volevo ricordarlo.

Stefano: Sì. Grazie Alessandro. Alla prossima.

Alessandro: Grazie a te Stefano, a tutti i tuoi ascoltatori.

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